Partita IVA da psicologo libero professionista

Partita IVA da psicologo libero professionista

Partita IVA da psicologo libero professionista


Aprire uno studio e mettersi in proprio è una scelta, per certi versi, difficile, ma che può rivelarsi una grande occasione per dedicarsi ad una professione a lungo desiderata. Ciò vale, in particolar modo, per chi ha impiegato molti anni a studiare e formarsi, prima di conseguire l’abilitazione e potersi, finalmente, iscrivere all’Albo Professionale di riferimento, come accade per gli psicologi.

La professione di psicologo, infatti, necessita di un percorso di studi molto lungo, che ha inizio con l’Università e si conclude solo con l’iscrizione nella sezione A dell’Albo. Tutto ciò, però, non basta ancora per esercitare in qualità di psicologo libero professionista: l’ultimo passaggio da effettuare, per poter ricevere i pazienti in studio ed offrire prestazioni dietro il pagamento di un compenso, è aprire la Partita IVA e registrarsi online sul portale ENPAP –  ovvero l’Ente Nazionale per la Previdenza ed Assistenza degli Psicologi – per versare i contributi.

A questo punto, è normale provare una certa apprensione o temere di non farcela con le spese da affrontare. La libera professione, in molti casi, spaventa, perché il primo pensiero che viene in mente sono le tasse da pagare, le scadenze da rispettare, gli eventuali controlli da parte del fisco: tutti aspetti che, a chi ha poca familiarità con il settore, possono apparire quasi insormontabili! Ma è davvero così?

I costi per aprire Partita IVA come psicologo e lavorare freelance sono realmente insostenibili? Se può farti stare meglio, sappi che la risposta è: “assolutamente no!”.

 

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Innanzitutto, considera che, senza la Partita IVA da psicologo, non potrai mai svolgere la tua amata professione in studio, nei confronti di pazienti privati. Difatti, è consentita esclusivamente l’attività rivolta ad aziende o enti pubblici (es. Tribunale), che va regolarizzata mediante lo strumento della prestazione occasionale e sulla quale occorre versare i contributi ENPAP a saldo.

Si tratta di una limitazione che, se sommata all’impossibilità di promuovere o pubblicizzare, sia online che offline, i vari servizi, costituisce un grosso ostacolo per la tua crescita professionale!

In secondo luogo, i “famosi” costi di apertura della Partita IVA, per chi ambisce a diventare un libero professionista, sono pressoché inesistenti. Basta scegliere un servizio online e, senza spese aggiuntive, si può ricevere assistenza sia durante l’esecuzione della procedura (che, oggi, si può svolgere anche per via telematica), sia nella definizione del profilo fiscale e contributivo.

Come terzo punto, c’è un altro aspetto molto importante da chiarire, ovvero la tassazione.

L’opinione comune, infatti, è che vi siano somme ingenti da versare, ogni anno, al fisco italiano, ma è sufficiente dare un’occhiata alle aliquote per rendersi conto che le cose sono ben diverse.

Basti pensare che uno psicologo che decide di aprire Partita IVA come libero professionista e che possiede i requisiti per accedere al regime forfettario è tenuto a pagare una sola imposta sostitutiva, che corrisponde al 15% del suo reddito imponibile. Il quale, a sua volta, si ottiene deducendo, dal fatturato complessivo, una percentuale forfettaria pari al 22% per le spese.

Se, in aggiunta ai requisiti di accesso per il regime forfettario, il giovane psicologo presenta anche quelli per la cosiddetta “aliquota start-up”, la tassazione cala addirittura al 5% (applicata sempre sul reddito imponibile, e non sull’intero fatturato) per i primi cinque anni di attività.

Inoltre, essendo anch’essa un’imposta calcolata in proporzione al volume d’affari, se ti capita di lavorare meno (o di non lavorare) per un determinato periodo, l’importo da versare si riduce di conseguenza, arrivando anche fino a zero. Dunque, detto in altri termini, non vi sono costi fissi che gravano sulle spalle del professionista, ma solo una spesa che varia in relazione alle fatture emesse durante l’anno. Pertanto, a livello economico, il rischio di finire in perdita è minimo!

Le cose cambiano quando si parla dei contributi, che gli psicologi – come molte altre categorie di professionisti, vedi medici o avvocati – devono obbligatoriamente versare alla propria Cassa Previdenziale, e cioè al già menzionato ENPAP. L’importo da versare dipende, anche in questo caso, dal tuo reddito imponibile: l’aliquota standard è fissata al 10%, con un minimo obbligatorio pari a 780 euro e diverse agevolazioni per i nuovi iscritti, per i redditi più bassi, ecc..

Nello specifico, lo psicologo libero professionista è tenuto a versare i seguenti contributi:

  • Contributo soggettivo → Corrisponde al 10% (aumentabile fino al 20%) del reddito professionale netto, con un minimo di 780 euro che, nei seguenti casi, si riduce a:
    • 50% → Per chi svolge doppia attività, anche part-time, per i pensionati e per i soggetti che hanno subito un’interruzione di almeno 6 mesi per problemi di salute.
    • 33% → Per chi non ha compiuto i 35 anni ed è iscritto da meno di 3 anni.
    • 20% → Per chi ha ottenuto un reddito inferiore a 1.560 euro/anno.
  • Contributo integrativo → Pari al 2% del corrispettivo lordo, con un minimo di 60 euro.
  • Contributo di maternità → Una quota fissata dall’ENPAP, attualmente pari a 105 euro.

Dunque, ricapitolando, chi apre Partita IVA come psicologo libero professionista dovrà provvedere, a partire dal successivo anno d’imposta, alle seguenti spese:

  • Imposta sostitutiva corrispondente al 5% o al 15% del reddito imponibile, che dunque varia in proporzione al volume d’affari. Chi fattura zero, infatti, non paga nulla!
  • Contributo soggettivo, il cui importo minimo è pari a 780 euro, salvo per coloro che possono usufruire, per età o altre condizioni, delle agevolazioni sopra elencate.
  • Contributi integrativo e di maternità: l’unica spesa che parte da un importo minimo fisso di 165 euro (ovvero 60 + 105 euro) e che cresce in base al fatturato del professionista.

Possiamo perciò notare che, anche nei casi peggiori (e cioè per chi non ha fatturato nulla), il rischio di “perdita” continua ad essere effettivamente minimo (parliamo, infatti, di una spesa annuale di circa 300 euro, a fronte dell’opportunità di crescere e lavorare in piena autonomia).

Tanto vale, quindi, prendere fiato e “buttarsi” in questa nuova, stimolante avventura!
 

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