Lavorare come dipendenti + Partita IVA: in quali casi è possibile?

Lavorare come dipendenti + Partita IVA: in quali casi è possibile?

Lavorare come dipendenti + Partita IVA: in quali casi è possibile?


Tra i professionisti del settore medico-sanitario – vedi gli psicologi – non è rara la volontà di dedicarsi a due attività “parallele”: la prima in qualità di dipendenti pubblici o privati, la seconda come lavoratori autonomi con la Partita IVA.

Ė possibile tutto questo? Oppure vi sono delle incompatibilità? 

La risposta – come vedremo – cambia completamente in base alle circostanze: tipologia di impiego, clausole contenute nel contratto, orario di lavoro, ecc..

Dunque, analizziamo insieme i diversi casi e facciamo maggiore chiarezza.

Psicologi dipendenti nel settore privato

In linea generale, non esiste una legge che impedisca ai lavoratori assunti nel settore privato di aprire la Partita IVA e svolgere una seconda attività in forma autonoma. Tuttavia, ciò non implica che sia permesso in ogni caso: anzi, per sapere di volta in volta come comportarci, dobbiamo fare alcune riflessioni.

La prima riguarda i vincoli di fedeltà e non concorrenza verso il datore di lavoro, contenuti nel Codice Civile (art. 2105), secondo cui il dipendente non può: «trattare affari per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio».

In secondo luogo, vi è la questione degli orari: qualsiasi prestazione o incarico dev’essere portato a termine in modo da non interferire con l’attività lavorativa.

Inoltre, ciò che consigliamo è una lettura attenta del contratto sottoscritto con il proprio datore di lavoro. Talvolta, infatti, negli accordi è previsto il divieto esplicito di esercitare la libera professione o di dedicarsi ad altre collaborazioni. 

Sempre preferibile, poi, è la scelta di informare preventivamente il responsabile della struttura sanitaria, il titolare dell’azienda o la persona che ne fa le veci, comunicando, in modo diretto e trasparente, l’intenzione di avviare una seconda attività, anche qualora ciò non fosse richiesto da contratto.

Psicologi dipendenti nel settore pubblico

Il rapporto di lavoro che intercorre tra dipendenti ed enti pubblici si basa su principi differenti da quelli finora descritti. E, soprattutto, prevede obblighi assenti – almeno in parte – nel settore privato: tra tutti, il vincolo di esclusività.

Di che si tratta?

Il corpus di leggi che regola il pubblico impiego stabilisce che, tra il dipendente e l’amministrazione presso cui questi è assunto, vi sia un rapporto di esclusività, incompatibile con lo svolgimento di altri impieghi o incarichi extra-lavorativi (vedi, a tal proposito, art. 53 del D. Lgs. n. 165/2001 e art. 60-64 del DPR n. 3/1957).

Tuttavia, a fronte di queste regole generali, esistono anche dei casi eccezionali.

  1. a) Dipendenti pubblici con orario part-time

Gli psicologi assunti presso strutture ed enti pubblici con contratto di lavoro part-time, il cui orario è pari o inferiore al 50% del tempo pieno, possono esercitare anche come liberi professionisti, aprendo cioè la Partita IVA.

Resta, comunque, necessaria l’autorizzazione da parte dell’ente in questione: l’esito, positivo o negativo, va infine comunicato all’Ordine degli Psicologi.

  1. b) Dipendenti di scuole e università pubbliche

Il secondo caso di eccezione riguarda gli psicologi che ricoprono uno dei seguenti ruoli: 

  • insegnanti nelle scuole pubbliche;
  • professori universitari (ordinari ed associati);
  • ricercatori.

I docenti scolastici, infatti, sono soggetti ad una particolare disciplina, che consente di esercitare la libera professione in presenza di due condizioni: autorizzazione da parte del preside o direttore didattico; svolgimento del lavoro autonomo in compatibilità con gli orari di insegnamento e di servizio.

Professori universitari e ricercatori, invece, godono della possibilità di scelta tra regime a tempo pieno e regime a tempo definito: soltanto la seconda modalità, infatti, è da ritenersi compatibile con l’esercizio della libera professione.

  1. c) Dirigenti psicologi nella sanità pubblica

Un caso particolarmente interessante è quello degli psicologi impiegati nel Sistema Sanitario Nazionale, con inquadramento di livello dirigenziale.

Come sancito dal D. Lgs. n. 502/1992 (vedi gli art. 15-quater, art. 15-quinquies e art. 15-sexies), alla presente categoria è permesso l’esercizio della libera professione secondo le due seguenti modalità:

  1. in regime intramurario (o intramoenia), ossia con l’utilizzo degli stessi locali della struttura sanitaria in questione, ma fuori dall’orario di lavoro;
  2. in regime extramurario (o extramoenia), dunque sia in ambienti, sia in orari differenti da quelli di lavoro.
  1. d) Dipendenti del settore militare

La quarta categoria che esula dalla normativa generale è quella degli psicologi assunti in ambito militare (ossia nell’esercito, nella marina, nell’aeronautica, ma anche in uno dei vari corpi delle Forze dell’Ordine: ad es. carabinieri).

In questi casi è possibile ricoprire incarichi in forma autonoma, ma solo se autorizzati dalla Direzione Generale per il Personale Militare (PERSOMIL).

  1. e) Dipendenti e attività di CTU / CTP

Per quanto riguarda la compatibilità tra lavoro subordinato ed attività libero-professionale in veste di psicologo CTU, questa è sempre garantita a prescindere dal settore, dalla tipologia di contratto e dal ruolo ricoperto.

Vanno, comunque, rispettate le seguenti disposizioni:

  • obbligo di iscrizione al registro dei CTU (solo con autorizzazione);
  • obbligo di comunicare preventivamente l’avvenuta nomina;
  • controversia esterna che non coinvolga il datore di lavoro;
  • attività peritale svolta in forma occasionale;
  • incarico espletato al di fuori dell’orario di servizio.

Diversamente, l’attività di CTP necessita dell’autorizzazione da parte dell’ente.

Aprire Partita IVA come psicologo: le regole per i dipendenti

Giunti a questo punto, vogliamo approfondire ulteriormente le regole che gli psicologi – e i professionisti in generale – devono tenere a mente per poter aprire una Partita IVA, senza andare in contrasto con la prima occupazione.

  1. Conflitto di interessi → Qualsiasi attività autonoma non può e non deve, in alcun modo, scontrarsi con gli interessi dell’azienda o dell’ente pubblico. Di conseguenza, se sei assunto come psicologo presso una struttura che offre un servizio “x”, non puoi prestare il medesimo servizio in via privata e/o a prezzi inferiori, né tanto meno lavorare con gli stessi pazienti, ecc..
  2. Orario full-time → I dipendenti con orario full-time (o con  part-time superiore al 50% del tempo pieno), specie se assunti nel settore pubblico, sono tenuti a rivolgersi al proprio ente per l’autorizzazione ad aprire – o mantenere, qualora fossero già titolari – la Partita IVA da psicologo. Contrariamente, infatti, si rischia il licenziamento per giusta causa.
  3. Incarichi pubblici → La legislazione impedisce, ai lavoratori subordinati che parallelamente esercitano anche la libera professione, di accettare qualsiasi tipo di incarico da altre amministrazioni pubbliche (vedi art. 6, Legge n. 140 del 28 maggio 1997 e D.P.C.M. n. 117 del 17 marzo 1989).
  4. Ordine ed Albo professionale → Prima ancora dell’apertura della Partita IVA, è necessario rivolgersi al proprio Ordine – in questo caso, all’Ordine degli Psicologi – per verificare che i due lavori (subordinato e autonomo) siano compatibili su vari livelli: ruolo, mansioni, tipi di prestazioni, ecc.. 

Tasse e contributi per doppia attività

Veniamo, adesso, all’ultimo punto: quello che, probabilmente, interessa alla maggior parte degli psicologi che svolgono – o desiderano svolgere – due tipi di attività (come impiegati e come freelance). Ci riferiamo alle tasse e ai contributi previdenziali, che tutti gli autonomi sono obbligati a versare annualmente.

Le imposte dipendono dal regime fiscale adottato: ordinario o forfettario.

A questo proposito, ricordiamo che anche gli impiegati che decidono di aprire Partita IVA, se soddisfano tutti i requisiti, possono avvalersi del regime forfettario e godere delle sue agevolazioni (dall’aliquota fissa al 15% – ridotta, in alcuni casi, al 5% per i primi cinque anni – all’assenza di contabilità, ecc.).

Per prima cosa, dunque, bisogna verificare che il reddito da lavoro dipendente non superi la soglia massima di 30.000 €, pena la fuoriuscita dal regime dall’anno successivo, a meno che il rapporto di lavoro non cessi entro l’anno.

Naturalmente, non è questa l’unica condizione: in sede di apertura della Partita IVA, infatti, occorre accertare che nessuna causa di esclusione sia presente. 

Per di più, chi intende continuare ad avvalersi del forfettario è tenuto a rispettare i limiti massimi di 65.000 € per ricavi e compensi e di 20.000 € per le spese volte all’assunzione di impiegati e/o al pagamento di collaboratori esterni. 

E i contributi? Lo psicologo libero professionista è tenuto ad iscriversi ed effettuare i suoi versamenti ad Enpap, la Cassa Previdenziale di categoria. 

Gli iscritti che, parallelamente al lavoro autonomo, hanno un impiego pubblico o presso un’azienda privata (non importa se con orario full-time o part-time) versano solo il 50% del contributo soggettivo minimo, che passa da 780 a 390 €.

Gestire tutti questi aspetti – verifica dei requisiti per il forfettario, calcolo delle imposte e dei contributi, adempimenti vari ed eventuali – non è affatto facile. 

Con un “doppio lavoro” – e quindi una doppia fatica – sulle spalle, tutto diventa ancora più complicato, come del resto puoi immaginare. Serve, pertanto, una soluzione pratica, efficiente e non troppo costosa, che permetta di delegare le varie incombenze e di “scaricare” altrove tutto il peso della Partita IVA. 

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Fonti articolo:

https://www.ilcommercialistadeglipsicologi.it/partita-iva-da-psicologo-e-lavoro-dipendente/2019/03/ 

https://www.ordinepsicologilazio.it/psicologi/libera-professione-per-i-dipendenti-pubblici/ 

https://www.enpap.it/come-fare-per/versare-i-contributi/


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